Winter: Work in Progress - Sandy SkoglundIl 31 Marzo, presso la Galleria Paci Contemporary a Brescia, si è inaugurata la mostra

“Winter: work in progress”di Sandy Skoglund.

L’artista, nata in Massachussetts nel 1946, ha studiato arte e storia dell’arte, specializzandosi poi in regia e arti multimediali. Trasferitasi a New York, ha iniziato a lavorare come artista concettuale, entrando in contatto con svariate tecniche artistiche.

Pioniera della Staged Photography, realizza opere a metà strada tra fotografia ed installazione che necessitano di diversi anni di progettazione e costruzione prima di poter essere immortalate in largo formato con una fotocamera.

Il lavoro esposto presso la Paci Contemporary costituisce parte di un macro progetto iniziato nel 2008 ed avente ad oggetto le quattro stagioni (Four Seasons), rappresentate mediante paesaggi artificiali, simbolo della psiche umana mutante al mutare delle stagioni.

Detto progetto, che ha visto già la realizzazione, nel 2008, di Fresh HybridLa fresca Primavera – emblema dell’innocenza perduta, terminerà nel 2013, ed avrà come location la stessa Paci Contemporary.

In “Winter: work in progress” Sandy Skoglund unisce la manipolazione calda della materia e dell’argilla alla realizzazione fredda di immagini digitali, i cristalli di neve.

Gli Eyeflakes , gli occhi – fiocchi, così come definiti dall’artista, “intrappolano”gli occhi fotografati, di persone ed animali, ed il tutto è fuso in una singola mattonella di ceramica, tappeto di Winter.

Nella “fissità” degli occhi si riflette la coscienza dell’uomo, l’intimità più profonda, l’io interiore di ciascun essere vivente.

L’opera presenta inoltre “Shimmering in Madness”, un’installazione caratterizzata da tante piccole farfalle colorate, che si muovono sul muro, e da caramelle sul pavimento: il risultato è un suggestivo coinvolgimento sensoriale da parte dello spettatore.

Il progetto artistico di Sandy Skoglund e le sue “magiche” installazioni saranno ospitate alla Paci Contemporary sino al 9 Giugno prossimo.

Carlo Valsecchi Mostra

Si è conclusa lo scorso 26 Febbraio la mostra “Carlo Valsecchi. San Luis”, che ha presentato al pubblico 36 opere fotografiche realizzate in Argentina tra il 2007 ed il 2008.

Classe 1965, Carlo Valsecchi è nato a Brescia ed ha al suo attivo numerose esposizioni personali e collettive sia in Italia che all’ estero.

Partendo da un accurato lavoro di ricerca e di analisi su tracce, segni e spostamenti umani ed animale su di un territorio sconfinato, il fotografo italiano ha realizzato una serie di scatti  che hanno un’anima e una storia.

Campi arati ma anche spazi aperti che non hanno mai ricevuto opera umana, canali di irrigazione, rettilinei stradali, sono al centro di questa mostra che ha voluto significare il rapporto tra spazio mentale e spazio fisico.

Protagonista indiscusso di questo progetto dunque il paesaggio, che emoziona, coinvolge, fa riflettere. Con la fotografia la forma si fa precisa e il colore assoluto.

Si stabilisce quindi un’interazione tra il prodotto artistico e il visitatore, che crea un “canale comunicativo”, un tramite per sviluppare il senso visivo e renderlo oggetto di osservazione e comprensione. Ancora una volta, dunque, si conferma la polivalenza dell’arte, intesa nel suo significato più omnicomprensivo, fatto di mille volti e sfaccettature.

E la fotografia intesa come arte e non solo come documentario conferma al riguardo la concezione del MART – Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto, che ha ospitato il suddetto percorso espositivo.

Fondato nel 1987, il MART rappresenta una grande istituzione dedicata all’arte moderna e contemporanea.

Ospita ampie collezioni che spaziano dall’800 sino ad oggi, comprendenti dipinti, sculture, oggetti e materiale documentario, accanto alle quali si sviluppano numerose attività e servizi.

Una realtà dinamica e di forte impatto, pertanto, che offre alla società grandi progetti in nome dell’ARTE.

Domus Ars

Un nuovo polo culturale ha aperto i battenti a Napoli lo scorso Dicembre.

Si tratta di Domus Ars, luogo di produzione artistica in tutte le sue forme, che ospita concerti, spettacoli teatrali, reading, laboratori, convegni, mostre tematiche con esposizioni pittoriche e fotografiche. Un nuovo spazio, dunque, in una cornice di tutto rispetto, il centro storico della città.

Diretto da Carlo Faiello, Domus Ars sorge all’interno della suggestiva Chiesa di San Francesco delle Monache, in Via S. Chiara, a pochi passi da Piazza del Gesù, una delle piazze simbolo di Napoli.

Di origine trecentesca, la Chiesa fu dotata nel 1629 di veste barocca, soffitto cassettonato ligneo e una serie di dipinti attribuiti ad Andrea Malinconico, di cui purtroppo non rimane traccia. Sono invece presenti la transenna in piperno e ferro battuto ed il portale in marmi policromi realizzati tra il 1749 ed il 1751 da Crescenzio Tronchese.

Una location imbevuta di storicità quindi, che si presenta nel panorama culturale della città napoletana come una nuova vetrina, capace di veicolare le energie creative e produttive verso una rivalutazione delle forme artistiche, intese in un’accezione squisitamente omnicomprensiva.
Ricordiamo, a tale proposito, che si è da poco conclusa l’esposizione di Nicoletta Prandi, giornalista freelance e fotografa, avente ad oggetto il muro che divide Israeliani e Palestinesi, con l’invito a riflettere sulle barriere interne di ciascuno di noi.Tantissimi gli eventi organizzati entro le mura della Chiesa di origine medioevale: a cominciare da “I giorni delle Calende”, che ha avuto luogo nella giornata inaugurale del centro, e poi a seguire concerti, spettacoli di danza, mostre collettive di pittura e fotografia.

Ma il calendario di Domus Ars è destinato ad arricchirsi ancora. Una serie di appuntamenti da non perdere, tutti da scoprire.

Per maggiori informazioni consultare il sito: www.domusars.it.

GAS - Gagliardi Art System

Nata a Torino nel 2003 da un’idea dell’imprenditore Pietro Gagliardi, la Galleria Gas si basa su un concetto di “approccio multiplo” all’arte, che abbraccia le più svariate forme artistiche, dalla pittura e scultura, al marmo, all’elettronica, al digitale.

Ubicata nel centro della città, era inizialmente sorta in Corso Vittorio Emanuele II, ma esigenze di maggiori spazi hanno reso necessario un trasferimento della sede espositiva in Via Cervino 16, in un’ex area industriale.
Uno spazio – laboratorio, dunque, che apre le porte all’arte in tutte le sue sfaccettature, per un proficuo e scambievole beneficio.Si tratta di una location non convenzionale, che travalica la concezione di galleria in senso stretto, e si veste oltre che degli spazi espositivi, di un’area produttiva a disposizione degli artisti, e di un vasto magazzino ove le opere possono essere viste anche senza che ci sia una mostra in corso.

Il quartiere vivace e dinamico dove sorge la struttura, insieme alla passione ed al vivo interesse per l’arte contemporanea, uniti ad una efficace comunicazione visiva, rendono la galleria estremamente interessante per gli appassionati del genere e non solo.

Due le mostre attualmente presenti. Fino al 24 Marzo è possibile visitare la personale del fotografo tedesco Ralf Kaspers, e Le Macchine svelate di Michelangelo Castagnotto.

Il primo realizza una serie di insieme ordinati di bachi e mosche, locuste e teste di gallo, peli tubolari e file di denti vecchi, bossoli di proiettili e lingotti d’oro, per significare l’umanità, la vita e la morte.

Il Castagnotto, invece, muove dalla premessa secondo cui l’opera d’arte custodisce al suo interno una potenzialità espressiva. L’estetica dell’opera stessa può essere intesa come momento di incontro e discussione, tra arte e spettatore.

Due mostre particolari e sicuramente oggetto di riflessione.

Oltre la Paralisi. Area di Mobilitazione Artistica URTO!

Il collettivo di artisti napoletani dal nome “Urto!” ha presentato lo scorso 10 Marzo una rassegna di arti visive e performative.

La mostra proseguirà fino al 24 di questo mese ed ha lo scopo di rappresentare la paralisi sotto diversi punti di vista: politico, sociale, scientifico, teatrale, musicale, filosofico, antropologico, poetico, filosofico, culturale, nella totale libertà espressiva.

Qualsiasi tecnica o linguaggio viene pertanto adoperata dal collettivo per esprimere nella spontaneità assoluta il talento artistico quale contributo per una società migliore.

Location scelta per l’esposizione il Pan – Palazzo delle Arti Napoli, che dallo scorso 2005 ha sede nel settecentesco Palazzo Roccella, in Via dei Mille 60.

Una superficie di circa 6000 mq che offre spazi espositivi, di consultazione, mediateca e strumenti utilizzati per la conoscenza e lo studio delle opere che rappresentano ogni forma dell’arte contemporanea: pittura, scultura, architettura, fotografia, design, video arte, fumetto.

Ma anche laboratori creativi, rassegne cinematografiche, incontri di letteratura ed eventi creativi arricchiscono il palinsesto degli appuntamenti di questa nuova realtà napoletana che si pone come anello di congiunzione e come tramite tra l’artista e il mondo esterno, come veicolo espressivo e conoscitivo dei linguaggi artistici.

Un polo artistico – culturale, dunque, di grande impatto, che con le sue tante e articolate proposte offre sempre più stimoli ed interessi ai cittadini ed ai turisti che visitano la città.L’incontro e il confronto tra esperienze variegate conferma lo scopo del Pan, che si prefigge di aprire la porta a progetti di ampio respiro, di vocazione internazionale.

Le sale adibite a tutte queste iniziative poi, di grande respiro architettonico, costituiscono un perfetto binomio tra modernità e tradizione storica, conferendo alla struttura un fascino che vale a far considerare il Pan uno dei più belli e prestigiosi Palazzi di Napoli.

Re - Cycle

L’arte del riciclo è in mostra al Maxxi di Roma.

Il Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo ospita infatti, sino al 29 Aprile di quest’anno, Re – Cycle, strategie per l’architettura, la città e il pianeta, una grande esposizione di fotografie, disegni, progetti di urbanistica e paesaggio, modelli, che dialogano con le opere di artisti, videomaker, designer. (www.fondazionemaxxi.it).

Ma il riciclo è analizzato anche mediante parole, idee, oggetti, i quali tutti evidenziano cheTanti i nomi di architetti e artisti contemporanei che hanno preso parte a questo importante progetto, finalizzato a dimostrare che il riciclo è uno dei massimi generatori di energia creativa: citiamo, ad esempio, la High Line newyorkese di James Corner e Ds + R,  i dischi di Jimi Hendrix incisi sulla lastra di un cranio fratturato nella Russia della Guerra Fredda, ed i filmati di Blob che riusano spezzoni di materiale televisivo.

lo stesso è non solo un dispositivo economico, ma anche uno dei più attuali mezzi di ricerca espressiva degli architetti contemporanei.

Una mostra, quella di Re – Cycle, che ben conferma la consapevolezza del Maxxi di quanto sia di vitale importanza promuovere ed incentivare le tante espressioni di creatività di un paese come il nostro da sempre distintosi dal punto di vista artistico ed architettonico.

Una “mission” dunque, protesa verso il futuro, fatto non solo da opere d’arte simbolo del nostro secolo, ma anche da lavori frutto di commistione e sovrapposizione di differenti linguaggi espressivi.

Non va dimenticato che l’arte, essendo un linguaggio basato su icone e simboli, svolge l’importante funzione di essere un mezzo di comunicazione. E sicuramente l’universalità della comunicazione artistica permette di venire in contatto e di comprendere mondi e culture potenzialmente in attrito, favorendo così il rispetto e la coesistenza delle differenze.

<<[…] Una siciliana venuta a Roma due o tre anni fa ha sradicato da sé tutti quei pregiudizi e quel senso di falsa maternità (e modestia) per cui tutte le pittrici hanno la loro discendenza […] per la prima volta possiamo vedere, come non è affatto vero che una pittrice deve essere delicata a tutti i costi; anzi possa benissimo esprimere un pensiero con forza e un giudizio sulla forma più di un qualsiasi altro pittore.>> Cosi, nel 1952, Giulio Turcato definiva la pittrice Carla Accardi in occasione della sua mostra personale, e con queste parole è già chiaro a grandi linee il profilo di un’artista che occupa un periodo, come quello dopo la seconda guerra mondiale, peculiare e florido nell’esplosione delle sue forme espressive.

A partire dal 1945, infatti, il panorama artistico italiano fu caratterizzato da un dualismo di prospettive che vedeva da una parte i sostenitori della corrente realistica, i quali confluirono nel Fronte Nuovo delle Arti (FNA). Questo movimento nacque come un’alleanza tra artisti antifascisti che avevano come scopo quello dell’impegno nella trasformazione sociale e politica del paese. Nel 1946 il loro manifesto dichiarava <<[…] Pittura e scultura, divenute strumento di dichiarazione e di libera esplorazione del mondo, aumenteranno sempre di più la frequenza con la realtà; l’arte non è il volto convenzionale della storia, ma la storia stessa, che degli uomini non può fare a meno.>>

L’altro lato della medaglia era invece rappresentato da una ricerca di tendenza astrattista che si allontanava molto da quello che era il momento storico politico attuale, sbrigliandosi dalla forma concettuale socialista e cercando nella violenza dei colori, nel formalismo esasperato, un modo per esprimere la propria immaginazione, in una concezione tesa al superamento del reale. Alcuni artisti in favore di questa presa di posizione andarono a infoltire il gruppo che prese il nome di Forma 1 e al quale partecipò anche Carla Accardi. Gli appartenenti a questo gruppo, pur restando sostanzialmente antifascisti, perpetuavano un percorso che si arrogava il diritto di allontanarsi  dalla rappresentazione spaziale fittizia, in favore di forme astratte. Giunta quindi a Roma l’Accardi cominciò subito a frequentare lo studio di Gattuso, un ambiente ricco di stimoli e animato allora da molti giovani artisti e già da subito la sua personalità si espresse in favore di uno smantellamento di tutti i luoghi comuni che vestivano le pittrici da tempo immemore, quali delicatezza, canoni di bellezza compositiva, pittura realista e sempre legata a concetti sociali riconoscibili. La pittrice si allontanò da queste idee, considerate ormai stantie e decise di lavorare con sagome arrotondate, campite da colori caldi, agglomerati di cellule che ricordano un macroscopico particolare biomorfico. Conclusa l’esperienza in Forma 1, Carla Accardi decise di intraprendere un nuovo percorso personale, sperimentando nuove tecniche. La tela ora era posta a terra e il materiale utilizzato, la caseina, dava vita a forme bianche su fondo nero che esprimevano un’idea di antipittura bicromatica. Dal 1965 al 1981 l’Accardi rivolse la propria attenzione a un tipo di arte puramente materica, dipingendo direttamente su plastica, opere come “Triplice Tenda” sfondano la barriera della tela avvolgendo l’ambiente e facendo dello spettatore osservatore e esploratore allo stesso tempo. A partire dagli anni Ottanta Accardi tornò però alla tela tradizionale, sviluppando motivi astratti e pluralità infinite di forme e colori con le quali ancora oggi dimostra di essere perfettamente attuale nel panorama dell’arte contemporanea.

Giulia Garzia

Cyprien Gaillard è attualmente uno dei giovani artisti più riconosciuti sulla scena internazionale dell’arte contemporanea. Con i suoi soli 31 anni può vantare una brillante carriera costellata da numerose mostre ed importanti premi riconosciuti a livello mondiale, tra gli ultimi: il Premio “Marcel Duchamp 2010” conferito dall’ADIAF (Associazione per la Diffusione dell’Arte Francese), in collaborazione con il Centro Pompidou nell’ambito della Fiera Internazionale d’Arte Contemporanea di Parigi. Attualmente, grazie alla vittoria del premio Marcel Duchamp, il Centro Pompidou espone una sua personale.

Quest’anno è stato invitato a partecipare alla cinquantaquattresima Biennale di Venezia negli spazi del padiglione centrale.

L’ultimo importante riconoscimento l’ha ottenuto con il suo film Artefacts, vincendo  il “Premio della Galleria Nazionale per i giovani artisti” a Berlino, città in cui l’artista ha scelto di vivere da alcuni anni.

Gaillard nasce a parigi nel 1980, studia arti visive alla scuola cantonale di Losanna in Svizzera, che conclude nel 2005. Immediatamente il suo lavoro ha riscontrato forte interesse da parte dei professionisti e della critica d’arte, ancora studente espone nella galleria parigina Nuit d’encre, e da questo momento la sua carriera conosce una rapidissima e costante impennata. Attualmente è rappresento in Francia da Bugada & Cargnel, in Germania da Sprüth Magers ed in Gran Bretagna da Laura Bertlett.

Gaillard sviluppa una pratica artistica ricca e varia, che va dall’incisione al video, passando per la pittura, la fotografia, l’installazione o ancora la performance.

Cyprien Gaillard non corrisponde allo stereotipo dell’artista che lavora chiuso nel suo studio, ma attraversando il mondo con i sui viaggi cerca di confrontarsi fisicamente e interiormente ai paesaggi, naturali ed urbani, che cattura così come sono. Centro della sua opera, appunto, sono i paesaggi caratteristici delle periferie con la loro architettura modernista fatta di grandi insiemi di colossali stabili in cemento armato.

Si interessa alle complesse relazioni che intercorrono tra architettura e natura e sviluppa una riflessione basata sull’intervento dell’uomo nel paesaggio e sulle tracce che questi imprime in esso, analizzandone la particolare interazione tra tempo e materia, riallacciandosi al discorso dell’entropia di Robert Smithson, approdando così al motivo romantico della “rovina”. Le sue “rovine” sono però quelle dell’architettura modernista, che negli anni ‘50 ‘60 o ‘70, si ergevano come utopia di una vita sociale perfetta, mentre adesso sono diventati il simbolo del malessere della periferia, le attuali politiche statali vertono quindi ad una cancellazione massiva di questi edifici, considerati come degli errori del passato. Gaillard si pone in un’ottica di “testimone cosciente” di questa tendenza attuale, considerandola un atto di vandalismo pubblico. In queste demolizioni, che sono spesso al centro della sua opera, egli vede la fine degli ideali architettonici, sociali e politici del Modernismo. Registrando le demolizioni tramite i supporti fotografici o video, egli si pone come un archeologo della contemporaneità, che cataloga i reperti archeologici di domani.

Quest’estetica del vandalismo la ritroviamo nella sua pratica artistica: in alcune sue video-performances intitolate Real Remnants of Fictive Wars vandalizza diversi tipi di paesaggi con grandi estintori industriali o presenta opere canoniche di paesaggi deturpate da colpi di pittura bianca (the new picturesque); ma partendo da tutta questa violenza Gaillard riesce a esternare la paradossale bellezza di questi paesaggi deturpati, reinventando un moderno concetto di pittoresco e sublime romantico.

)

Play with food

Il cibo diventa un’arte, non solo culinaria. Succede a Torino, dove, dal 28 Marzo al 1° Aprile, si svolgerà la terza edizione di Play with food, festival di arti visive e performative in cui giovani artisti mettono al centro dei propri lavori il cibo, utilizzando spettacoli teatrali e di danza, ma anche fotografie, mostre e video.

Il progetto è frutto dell’idea dei Cuochivolanti e dell’Associazione CuochiLab, un gruppo di cuochi ed artisti impegnato sul doppio fronte del teatro e della cucina, in collaborazione con l’Associazione Baretti, l’Associazione Qubì ed il Circolo dei Lettori.

Scopo del progetto quello di “svestire” il cibo di un’accezione meramente enogastronomica, per farlo assurgere a momento di intima riflessione artistica.

Attori, videomakers, fotografi delizieranno il pubblico con le loro mostre, aperitivi-cabaret e rappresentazioni, in un perfetto connubio di professionalità ed originalità.

Qualche esempio delle opere proposte? Citiamo gli Eatable Jewels, gioielli di design da indossare e da mangiare, o la pièce L’anima in bocca, imperniata sulla reazione del nostro apparato digerente nel momento in cui veniamo scossi da forti emozioni.

Ma non mancheranno eventi speciali che andranno ad arricchire il festival, come Ricettario/Lato B, a cura di Teatro Neo/Chiara Vallini, un’installazione performativa itinerante avente come tema oggetti di design ispirati al cibo.
Un modo per dare visibilità a tanti giovani artisti che propongono in assoluta libertà creazioni dove il cibo è l’indiscusso protagonista.Innovazione, originalità ed entusiasmo sono, dunque, gli ingredienti di questa kermesse che è giunta al suo terzo anno dopo le due precedenti e fortunate edizioni.

Il cibo come momento di convivialità, ma anche come spunto artistico, filosofico e politico,

senza tralasciare il gioco ed il divertimento.

Non solo un nutrimento per lo stomaco, ma anche per l’anima, che sicuramente resterà positivamente sorpresa da questa iniziativa.

Per maggiori informazioni www.playwithfood.it.

Subodh Gupta è sicuramente tra i nuovi artisti indiani che hanno ricevuto più fama e riconoscimenti all’interno del “sistema” dell’arte contemporanea occidentale negli ultimi anni.

L’artista nasce nel 1964 a Khagaul, nel nord del continente indiano, studia Arti figurative nella vicina città di Patna, nel 1988 si sposta a Nuova Delhi, dove attualmente vive e lavora.

Ha la sua prima formazione artistica come decoratore/scenografo e attore in un gruppo teatrale per cinque anni per seguire poi un insegnamento abbastanza libero in una scuola d’arte nel nord est dell’India.

Il suo passato artistico spiega certamente il fatto che oggi partecipa a delle collaborazioni con altre discipline artistiche e professionali  del mondo dell’arte.

Il famoso periodico del Regno Unito, il Guardian, l’ha definito “il Marcel Duchamp del sub-continente indiano”; un paragone tra il maestro francese e questo giovane artista indiano è inevitabile, Gupta come Duchamp utilizza il Ready-made reinterpretandolo in una maniera nuova e personale.

Gli oggetti utilizzati dall’artista indiano sono principalmente utensili da cucina in acciaio, quasi sempre accorpati per creare installazioni gigantesche. Il ready-made diventa così solo un’unità di un qualcosa di più grande e complesso. Questi oggetti, come ad esempio termos per portare il cibo a lavoro, biciclette, pentole fanno parte della memoria che l’artista ha conservato del mondo indiano della sua infanzia, caratterizzato oggi da una continua evoluzione e cambiamento, così questi oggetti vengono reinterpretati diventando un dinamico fungo atomico o un enorme teschio, superando così il puro ready-made per arrivare ad un senso e a un significato  superiore.

Queste icone/utensili fanno parte del mondo indiano come del nostro, rendendo così l’arte di Gupta ed il suo messaggio assimilabile dal pubblico globale. Le pentole ed i tegami sono però sempre rigorosamente vuoti e splendenti, quasi a sottolineare la contrapposizione tra realtà e finzione nel mondo attuale.

Il linguaggio artistico di quest’artista tuttavia non si esaurisce solo nelle installazioni, ma è aperto anche alla scultura, pittura, fotografia, video e performance.

Il suo linguaggio artistico è influenzato da Marcel Duchamp come da altri artisti contemporanei, come ad esempio Jeff Koons, che utilizza spesso un linguaggio artistico simile, per dimensioni e soggetti, appartenenti alla cultura popolare contemporanea.

Gupta negli ultimi anni è stato presente sul territorio Italia esponendo al MAXXI di Roma in “Indian Highway V”, poi per una personale nella Galleria Continua, “There is always Cinema” a San Gimignano; nel 2005 ha partecipato alla cinquantunesima Biennale di Venezia.

Con Anish Kapoor questo artista si avvia a diventare uno dei più rappresentativi dell’arte contemporanea indiana nel mondo.