Compositore sfrontato, pittore espressivo, scultore ispirato, innovativo nella tradizione,  Luigi Guarino ci disorienta e poi ci commuove. Mette insieme per noi frammenti di esistenze, resti di antiche barricate nello spazio ameno dei quartieri, tracce di lotte ancestrali tra bene e male, e poi attende.  Non c’è niente di semplice e risolutivo nell’arte di Guarino che prende sempre più le sembianze di un’archeologia del declino, dove i reperti giacciono sepolti sotto una fitta coltre di stratificazioni del peggio di cui siamo capaci. L’artista non giudica, ma ci costringe a guardare, a non voltare la faccia. È uno di Noi.

Segni, forme, ragnatele compositive si susseguono sul piano poroso di una tela, come nella argilla sovraimpressa di rinascita e purificazione (the shadows of the soul), ma riemergiamo da improbabili allegorie e persino dalla  violenza.

Nell’opera di  Guarino  quasi un affanno verso l’assoluto. L’ambiguità degli effetti dicotomici è solo un tramite per la liberazione spirituale, alimentata dall’uso pungente del nero su bianco, con un’apprezzabile tensione verso il minimalismo e la sintesi.

Nella complessità delle sue trame grafiche, ci colpisce lo sguardo compassionevole che ha l’artista per le umane debolezze, la dignità che comunque riserva ai  suoi “dispersi”, Peolpe Lost che rinnegano le proprie peggiori inclinazioni, alla ricerca di un riscatto.

Psicoterapeutica  e sincera, l’arte di Luigi Guarino è un lucido sforzo verso il miglioramento di sé. Uomini e donne nel difetto della propria umanità, sbagliano e ci riprovano, senza perdere mai la speranza di ritrovarsi.

Anna Maria Cecchini

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