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L’Astrattismo è quel movimento artistico nato in Europa verso il 1910 che abbandona totalmente la rappresentazione reale delle cose, concentrandosi sulla semplificazione e stilizzazione delle forme.

Eliminato il soggetto e la sua rappresentazione, l’arte astratta intende esprimere la psicologia e l’emotività dell’essere umano, donando al colore, non più subordinato alla forma o al disegno, nuova veste e piena dignità.

Così come l’artista, anche l’osservatore, dinanzi alle opere astratte, conduce un’interpretazione libera, secondo il proprio giudizio soggettivo.

All’interno dell’Astrattismo di distinguono due diverse correnti: l’Astrattismo lirico e l’Astrattismo geometrico.

L’Astrattismo lirico è caratterizzato da una funzione espressiva e simbolica del colore.

Ampio spazio viene lasciato all’universo interiore ed alla fantasia personale dell’artista, che si evidenzia anche dalle tonalità e dai segni stesi sulla tela.

Tra gli esponenti di questa corrente è sicuramente da citare Vassily Kandinskij, nelle cui opere prevale un’esigenza “lirica”, che facendo leva sul potere evocativo ed emotivo del colore, dà vita ad assonanze e dissonanze che traggono ispirazione dal mondo musicale.

Per sua dote naturale, Kandinskij ha infatti una particolare predisposizione per la musica, e una straordinaria capacità di distinguere i timbri degli strumenti e le loro differenti relazioni con la psicologia dell’ascoltatore, così che ne deriva come logica conseguenza il suo interesse per lo studio dei rapporti tra suono e colore.

L’Astrattismo geometrico è segnato invece dalla presenza di forme realizzate geometricamente, e da un rigore e controllo razionale dell’espressione.

Il pittore più rappresentativo di questa corrente è Piet Mondrian, il quale nei suoi lavori porta alle estreme conseguenze il processo di riduzione e di decomposizione delle immagini cubiste, ponendo in essere un’arte i cui elementi strutturali sono limitati alle linee orizzontali e verticali, ai colori primari giallo, rosso e blu, al bianco della tela e al nero della griglia di linee.

Con il termine “contemporaneo” ci si riferisce generalmente all’arte creata nel presente, all’arte quindi strettamente connessa alla vita di tutti i giorni, di cui noi stessi siamo testimoni spesso inconsapevoli.

Arte in movimento, in evoluzione, e per ciò stesso non facilmente catalogabile e storicizzabile, essendo in pieno e continuo svolgimento.

La difficoltà di definire criticamente l’Arte Contemporanea va considerata indubbiamente anche alla luce della mancanza di una scuola artistica prevalente riconosciuta da storici dell’arte, critici ed artisti.

Possiamo tuttavia indicare gli anni ’60 del secolo scorso come il punto di transizione dall’Arte Moderna a quella Contemporanea. A partire da quel periodo molte sono le correnti artistiche che si sono sviluppate, determinando lo sviluppo dell’arte stessa negli anni successivi: l’Arte Concettuale,la BodyArt, l’Optical Art, l’Arte Povera,la PopArt, per fare qualche esempio.

L’arte Contemporanea vede la nascita di opere prodotte mediante l’utilizzo di tecniche e linguaggi interdipendenti : pittura, fotografia, scultura, videoarte, performance, installazioni,  per citarne alcuni.

Tralasciando la pittura e la scultura, forme d’arte storicamente consolidate, e la fotografia, anch’essa oramai accettata pienamente, concentriamo la nostra attenzione sulla videoarte, la performance e l’installazione, di più recente “acquisizione”.

La videoarte, la cui origine è datata negli anni ’60, è un linguaggio artistico fondato sulla creazione e riproduzione di immagini in movimento attraverso l’utilizzo di video.

Complice un crescente sviluppo tecnologico, la tradizionale tecnica artistica viene rifiutata a favore della sperimentazione di nuovi mezzi, mettendo così in discussione il concetto stesso di opera d’arte, e travalicando gli usuali schemi espressivi.

La performance, invece, nata negli anni ’70, è una forma artistica nella quale l’opera è costituita dall’azione di un individuo o di un gruppo, in un luogo particolare e in un momento particolare.

In altre parole essa può essere data da una qualsiasi situazione in cui sono coinvolti quattro elementi base: tempo, spazio, il corpo dell’artista e la relazione che viene a stabilirsi tra artista e pubblico. Ciò in netta contrapposizione alla pittura ed alla scultura, ove l’opera è rappresentata da un oggetto.

L’installazione è un genere di arte visiva sviluppatasi anch’essa a partire dagli anni ’70.

Trattasi di un’opera d’arte, anche tridimensionale, che comprende media, oggetti e forme espressive di qualsivoglia tipo “installati”in un determinato ambiente.

Soggetto principale della precitata tecnica artistica è il fruitore: scopo dell’installazione, difatti, è quello di sollecitare la percezione dello spettatore, “coinvolgendolo”nell’opera d’arte stessa sino a farlo divenire parte integrante del lavoro.

Tra le più recenti correnti artistiche, presenti nel panorama dell’arte contemporanea,un’analisi attenta merita il Graffitismo.

Nato negli Stati Uniti nei primi anni ’70, raggiunge la piena maturità stilistica a metà degli anni ’80.

Sorto come corrente innovativa, rappresenta una rottura con l’arte tradizionale, sebbene poi acquisti in seguito tutte le caratteristiche di ogni altro movimento artistico, perdendo il suo originario significato “metropolitano”.

L’aspetto innovativo del Graffitismo sta nel supporto con il quale vengono create le opere, che non è dato da tele o da tavole, bensì da vagoni ferroviari e pareti del tessuto urbano, utilizzati come veicolo espressivo della propria creatività.

Importante è anche il target, rappresentato dal pubblico “di massa”, senza alcuna ricerca dell’appoggio di critici o galleristi.

Questa nuova espressività, fatta di immagini sintetiche, di colori accesi e contrastanti, e di un crudo linguaggio fumettistico, fa sì che l’uomo “riadatti”la propria percezione verso una nuova forma estetica, producendo quindi una diversa lettura della realtà, una visione critica della stessa.

Ed è questa immediatezza e questa spontaneità la ratio del Graffitismo: esso infatti nasce come un’impellente esigenza di ribellione ai fenomeni artistici legati alle industrie ed alle opere in serie, che si erano consolidati sul finire degli anni ’60.

Comincia inizialmente come arte di strada di esclusivo appannaggio dei giovani newyorkesi di colore, che fanno comparire sui muri della città scritte ed immagini realizzate con bombolette spray.

Lo spazio urbano, fatto di tunnel, stazioni e metropolitane, diventa il luogo per denunciare il disagio sociale diffuso soprattutto nei quartieri periferici, disagio patito dalle classi deboli a causa di un divario economico e culturale sempre più evidente.

Come interpreti importanti del Graffitismo vanno citati Keith Haring e Jean-Michel Basquiat,

che cercano nel tessuto cittadino le superfici adatte alle loro creazioni artistiche, utilizzando un linguaggio espressivo che diviene vero e proprio mezzo comunicativo.

Haring adotta una comunicazione che vuole esprimere tutti i disagi dell’essere contemporaneo: gli omini in frenetico movimento, i robot, i cani che abbaiano contro il video del televisore, sono il suo modo di denuncia verso il dominio tecnologico che omologa ed opprime, rappresentano una metafora della società nella quale l’uomo è la vittima di un esasperato consumismo.

Basquait, invece, realizza opere spontanee e dalla forte carica segnico-gestuale, in cui  compaiono figure primitive, frasi sparse e formule scientifiche, su fondi accesi e policromi.

Ciò è espressione della New York sotterranea, della caotica vita di strada, una realtà ben nota all’artista.

 

Tra le tendenze artistiche più recenti, presenti nel panorama dell’arte contemporanea, si distinguela Transavanguardia.

Nato nei primissimi anni ’80, è un movimento artistico italiano che propugna il recupero della figurazione e della tradizione pittorica, arricchito da atteggiamenti ispirati all’ironia ed al citazionismo.

Vede i suoi tratti distintivi nel ritorno alla manualità, e nella totale assenza da qualsivoglia norma, ideologia o potere da parte dell’artista, che è libero di adottare, di volta in volta e di opera in opera, stili diversi, all’insegna dell’eclettismo.

Il temine “Transavanguardia”, volutamente ambiguo ed anomalo, è coniato dal critico Achille Bonito Oliva, ed ha come protagonisti un quintetto di artisti: Sandro Chia, Enzo Cucchi, Francesco Clemente, Nicola De Maria e Mimmo Paladino.

Soffermiamo la nostra attenzione sul promotore del movimento artistico in esame.

E’ difficile, se non impossibile, racchiudere e sintetizzare in poche righe l’intensa vita ed attività di Achille Bonito Oliva, personalità di indubbio spicco e rilievo nel panorama artistico.

Nato a Caggiano, Salerno, nel 1939, dopo aver inizialmente aderito al noto Gruppo 63, con la pubblicazione di due raccolte di poesie legate a quell’esperienza intellettuale, si dedica poi con costanza e continuità alla critica d’arte, rivoluzionando il concetto stesso di critico, che viene così ampliato ed innovato.

Egli ritiene infatti che il critico non debba meramente sostenere una sola poetica o mediare tra l’artista ed il pubblico, come in precedenza, ma al contrario debba essere una fucina di idee affiancandosi all’artista con funzione creativa, senza giungere all’identificazione in un unico movimento artistico.

Curatore di numerose mostre, tra cui citiamo “Aperto ‘80”, del 1980, e “Transavanguardia italiana e americana”, del 1982, che decretarono l’affermazione dell’omonimo movimento artistico, Achille Bonito Oliva è anche prolifico autore di saggi teorici sull’arte. Ricordiamo “L’ideologia del traditore. Arte, maniera, manierismo”, del 1976; “La transavanguardia italiana”, del 1980, “Il sogno dell’arte. Tra avanguardia e transavanguardia”, del 1981; “Il tallone d’Achille. Sull’arte contemporanea”, del 1988; “Oggetti di turno: dall’arte alla critica”, del 1997.

E’ stato inoltre insignito di numerosi premi e riconoscimenti, tra cui il premio della critica “Flash Art International” (1982), il premio del giornalismo internazionale “Certosa di Padula” (1985), il premio internazionale per la critica d’arte “Valentino d’Oro”(1991), il premio “Europa Festival”di Locarno (1995), il premio “Festival di Giffoni Vallepiana” (1996), ed il premio “Fregene perla Saggisticae Critica d’Arte” (2000).

Dal 1968 vive a Roma, dove insegna Storia dell’arte contemporanea alla Facoltà di Architettura dell’Università “La Sapienza”.

Compositore sfrontato, pittore espressivo, scultore ispirato, innovativo nella tradizione,  Luigi Guarino ci disorienta e poi ci commuove. Mette insieme per noi frammenti di esistenze, resti di antiche barricate nello spazio ameno dei quartieri, tracce di lotte ancestrali tra bene e male, e poi attende.  Non c’è niente di semplice e risolutivo nell’arte di Guarino che prende sempre più le sembianze di un’archeologia del declino, dove i reperti giacciono sepolti sotto una fitta coltre di stratificazioni del peggio di cui siamo capaci. L’artista non giudica, ma ci costringe a guardare, a non voltare la faccia. È uno di Noi.

Segni, forme, ragnatele compositive si susseguono sul piano poroso di una tela, come nella argilla sovraimpressa di rinascita e purificazione (the shadows of the soul), ma riemergiamo da improbabili allegorie e persino dalla  violenza.

Nell’opera di  Guarino  quasi un affanno verso l’assoluto. L’ambiguità degli effetti dicotomici è solo un tramite per la liberazione spirituale, alimentata dall’uso pungente del nero su bianco, con un’apprezzabile tensione verso il minimalismo e la sintesi.

Nella complessità delle sue trame grafiche, ci colpisce lo sguardo compassionevole che ha l’artista per le umane debolezze, la dignità che comunque riserva ai  suoi “dispersi”, Peolpe Lost che rinnegano le proprie peggiori inclinazioni, alla ricerca di un riscatto.

Psicoterapeutica  e sincera, l’arte di Luigi Guarino è un lucido sforzo verso il miglioramento di sé. Uomini e donne nel difetto della propria umanità, sbagliano e ci riprovano, senza perdere mai la speranza di ritrovarsi.

Anna Maria Cecchini

Arte-Aperitivo America's Cup - Personale di Maria SabettiHappy hour artistico a Napoli venerdì 13 Marzo.

Presso “La Locanda del Nero”, in Via Chiatamone 53, a pochi passi dal lungomare partenopeo, l’artista Maria Sabetti, originaria di Bagnoli, ha inaugurato la sua personale con opere in terraglia e ferro, incisioni e dipinti ispirati al tema marino.

Fil rouge di questo evento svoltosi in occasione dell’America’s Cup a Napoli è stato infatti il mare, la sua forza e la sua immagine di libertà, da sempre vanto della città campana.

Ma non si è trattato del consueto happy hour abbinato ad un’esposizione: l’arte e il cibo si sono sposati perfettamente in questa iniziativa, coinvolgendo due forme artistiche diverse, quella artistica e quella culinaria.

Un modo certamente originale e innovativo per contribuire a rilanciare Napoli a livello internazionale, e per coinvolgere napoletani e turisti in visita alla città.

Una nuova forma di attrazione e di richiamo, che ha costituito un momento di svago, di incontro, di evasione, ma soprattutto, per il visitatore di turno, un modo per conoscere l’ottimo cibo e la straordinaria “vena artistica” napoletana, talvolta trascurata o poco incentivata.

La Locanda Del Nero, ristorante già noto ai “locali”, si è trasformato per qualche ora in una piccola galleria d’arte, in un piccolo tempio artistico, dove gli assaggi dei prelibati prodotti nostrani sono stati accompagnati dall’estro di Maria Sabetti, che ha trasmesso nelle sue opere l’amore e la passione per il mare, per i suoi colori e per quelli della sua terra natia, connotando pertanto l’esposizione di un forte attaccamento alle proprie radici.

I tanti eventi collaterali all’America’s Cup si sono quindi arricchiti di un’altra tappa, donando alla manifestazione sportiva tanto attesa in città un ulteriore motivo di slancio e di condivisione: sentimenti, questi ultimi, che hanno caratterizzato tutta la settimana dedicata a tale singolare evento.

Fino al 25 Aprile, presso il Reale Albergo delle povere di Palermo, in Sicilia, sarà visitabile la mostra “Artedonna: cento anni di arte femminile in Sicilia 1850 -1950”, un vero e proprio omaggio all’arte femminile, celebrata da 33 pittrici, attive nell’isola tra il 1850 ed il 1950, perchè nate in Sicilia in quel periodo, o perchè giunte per seguire i mariti che facevano ritorno alla terra natia.

Curata da Anna Maria Ruta, l’esposizione raccoglie 170 dipinti, tutti di grandi spessore, provenienti da collezioni private e pubbliche, che intendono ricostruire il percorso operativo delle signore dell’arte siciliana, all’interno di un periodo storico-culturale di grandi trasformazioni e mutamenti politici.

Citiamo le tele di Ida Nasini Campanella, O’Tama Kiyohara, Elisa Maria Boglinio, Herta Schaeffer Amorelli, Adelaide Atramblè e Carla Accardi, una delle capostipiti dell’arte contemporanea nazionale ed internazionale.

Un’esposizione, quella di”Artedonna”, irripetibile ed imperdibile, perchè mostra il contributo, spesso nascosto o trascurato, che le donne hanno dato all’arte.

Celebrate nel mondo della pittura come mogli devote, muse ispiratrici, o astute consigliere, sono state infatti spesso relegate ai margini a favore della più classica produzione artistica maschile.

Questa mostra, invece, riscatta ampiamente la categoria femminile, rendendo ad essa giustizia con dipinti rappresentanti donne e realizzate esclusivamente da donne: mogli, madri, figlie, amiche, colte nella loro quotidianità ma anche in momenti di festeggiamenti.

Sono affreschi di particolare intensità ed eleganza: sottolineiamo, ad esempio, “Autoritratto con cappello”, di Pina Calì, e “Raffaella al mare”, di Ida Nasini.

Tanta introspezione e intimità, fatta di sguardi pensosi o sfuggenti, di pose domestiche e braccia conserte.

“Artedonna”, allestita dall’Assessorato al Turismo, Sport e Spettacolo della Regione Sicilia e inserita nel cartellone del Circuito del Mito, è ospitata presso un ex convento settecentesco che un tempo accoglieva ragazze sole ed emarginate.

Decimo Parallelo Nord - Fotografia Contemporanea da India e SudamericaProseguirà fino al 29 Aprile la mostra “Decimo Parallelo Nord – Fotografie da India e Sudamerica”. Inaugurata il 18 Febbraio scorso presso l’ex Ospedale Sant’Agostino, a Modena, è promossa da Fondazione Fotografia e curata da Filippo Moggia.

L’esposizione presenta le ultime acquisizioni della collezione internazionale di fotografia contemporanea della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, tappe di un percorso che dal 2008 sino ad oggi ha interessato l’Estremo Oriente, l’Europa dell’Est, il Medio Oriente e

l’Africa.

Mentre in Europa dilaga la recessione, India e Sudamerica – idealmente collegate dal decimo parallelo – vivono un periodo di intenso boom sia economico che artistico.

Seppur geograficamente distanti, le due zone presentano numerosi punti in comune, riscontrabili in questo confronto fotografico: osservando le opere, infatti, le differenze culturali si annullano, “fondendosi” proprio nel Decimo Parallelo Nord.

Forti ed intense sono le similitudini, sia tematiche che formali, perché approcciano con disinvoltura e senza pesantezza argomenti spesso dolorosi, restituendo tuttavia assai delicatamente – capacità, quest’ultima, sicuramente rara – pensieri ed emozioni, “catturandoli” in immagini.

Oltre cento opere presenti in questa esposizione, per 22 artisti:

Samanta Batra Metha, Nikhil Chopra, Priyanka Dasgupta, Amar Kanwar, Farina Salma Alam, Ketaki Sheth, Sudarshan Shetty, Dayanita Singh, Raghubir Singh, Vivan Sundaran (tutti provenienti dall’India);

Claudia Andujar, Adriana Bustos, Luz Maria Bedoya, Matias Duville, Laura Glusman, Parco Pando, Ishmael Randall Weeks, Sara Ramo, Rosangela Rennò, Mauro Restiffe, Sebastian Szyd, David Zink Yi (tutti provenienti dal Sudamerica).

L’ex Ospedale Sant’Agostino è sorto per volere del Duca d’Este Francesco III nel 1753.

Rimasto in funzione per oltre due secoli, è stato poi riqualificato tra il 2007 ed il 2008 dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, che lo ha trasformato in un “nuovo luogo della cultura”, progetto, quest’ultimo, che rappresenta una delle iniziative di recupero più importanti realizzate a Modena.

Filin, Fotografias De CubaIl 22 Marzo è stata inaugurata, presso l’Instituto Cervantes di Napoli, in collaborazione con la galleria D.A.F.N.A., la personale di Ana Gloria Salvia, dal titolo “Filin, fotografias de Cuba”.

L’artista, nata a Holguin, Cuba, nel 1973, attualmente vive e lavora a Parigi, conosciuta nel 1998 e nella quale si trasferisce nel 2000, perché travolta dal fascino e dalla magia della città.

Dopo aver frequentato un Master in Lingua, Letteratura e Civiltà Romanza alla Sorbona, si dedica completamente all’arte; espone al Centro di Arte Contemporanea della città di Holguin nel 2010, e nell’anno successivo presso la galleria D.A.F.N.A., sita in Napoli.

Nella mostra “Filin, fotografias de Cuba”, visitabile fino al 26 Aprile, l’artista cubana presenta un ciclo di foto, sia a colori che in bianco e nero, e un video, realizzati a Cuba tra il 2010 ed il 2012.

Il filin – termine che nasce dall’inglese feeling – è il meno noto, ma più profondo dei generi musicali cubani.

E’ sentimento, sensibilità e amore, elementi, questi che pervadono l’animo di Ana Gloria Salvia, che “cattura” nei suoi scatti l’essenza delle sue origini, della sua terra natia.

L’obiettivo fotografico viene adoperato per il profondo desiderio di “cristallizzare”, di “intrappolare” la realtà, imprimendola negli occhi e nel cuore.

Sia una narrazione che una tecnica quasi pittorica trapela infatti dalla personale di questo giovane talento, che cerca con le sue opere di capire Cuba, di “viverla”.

Attraverso il percorso espositivo, il visitatore entra in contatto con una cultura diversa, quella ispanica, e ne introita le sensazioni e le suggestioni, lasciandosi emozionare.

La sala mostre dell’Instituto Cervantes, sito in Via Nazario Sauro 23, è un’istituzione creata dallo Stato spagnolo nel 1991 per promuovere e diffondere la lingua e la cultura spagnola, e per favorire lo sviluppo degli scambi culturali in tutto il mondo.

 

ICone - CYOP&KAF I loro disegni sono già conosciuti per essere presenti sui muri del centro antico e della periferia di Napoli, tra i vicoli e le strade della città.

Ma sono stati ospitati presso la galleria Hde di Piazzetta Nilo 7 sino al 5 Aprile ultimo scorso.

Si tratta dei writers napoletani Cyop&Kaf e la mostra si chiama ICone, dove il rigore si fonde con l’immaginazione, secondo le parole degli stessi artisti.

25 le opere esposte: tavole eseguite in acrilico e tempera su legno, in cui prevalgono il rosso, il blu ed il color oro. Il “marchio di fabbrica” è sempre il graffito metropolitano, anche se rivisitato, perché il graffito è politico, così come politica è la scelta dei writers di fare arte in strada, intervallando di tanto in tanto tale scelta con esposizioni “al chiuso”, come nel caso di

ICone appunto.

Le immagini sono cupe, a tratti inquietanti, frutto del disagio dei nostri tempi.

Probabilmente, tuttavia, lasciano trapelare caratteri e segni meno “scioccanti”, propri per esempio dell’esposizione avutasi al Largo Baracche ai Quartieri Spagnoli qualche anno fa.

Rappresentano il clima culturale che si respira nella città, il degrado, la problematicità latente.

Non sono assolutamente opere di facile lettura, e nemmeno pretendono di esserlo: solo, non vanno demonizzate aprioristicamente.

La mostra è stata inaugurata lo scorso 16 Marzo nel cuore della città partenopea, presso la predetta galleria Hde, nata nel 2006 con l’obiettivo di promuovere eventi artistico – culturali, valorizzando le attività di ricerca nei settori dell’arte, dell’architettura e della letteratura.

E sicuramente la mostra dei writers napoletani, dall’identità ancora sconosciuta – forse un duo, forse una sola persona, forse un insieme di persone – contribuisce ad essere ancora un’altra goccia nello sterminato oceano della creatività artistica e dei tanti modi per esprimerla.