Archivio di marzo 2012

Subodh Gupta è sicuramente tra i nuovi artisti indiani che hanno ricevuto più fama e riconoscimenti all’interno del “sistema” dell’arte contemporanea occidentale negli ultimi anni.

L’artista nasce nel 1964 a Khagaul, nel nord del continente indiano, studia Arti figurative nella vicina città di Patna, nel 1988 si sposta a Nuova Delhi, dove attualmente vive e lavora.

Ha la sua prima formazione artistica come decoratore/scenografo e attore in un gruppo teatrale per cinque anni per seguire poi un insegnamento abbastanza libero in una scuola d’arte nel nord est dell’India.

Il suo passato artistico spiega certamente il fatto che oggi partecipa a delle collaborazioni con altre discipline artistiche e professionali  del mondo dell’arte.

Il famoso periodico del Regno Unito, il Guardian, l’ha definito “il Marcel Duchamp del sub-continente indiano”; un paragone tra il maestro francese e questo giovane artista indiano è inevitabile, Gupta come Duchamp utilizza il Ready-made reinterpretandolo in una maniera nuova e personale.

Gli oggetti utilizzati dall’artista indiano sono principalmente utensili da cucina in acciaio, quasi sempre accorpati per creare installazioni gigantesche. Il ready-made diventa così solo un’unità di un qualcosa di più grande e complesso. Questi oggetti, come ad esempio termos per portare il cibo a lavoro, biciclette, pentole fanno parte della memoria che l’artista ha conservato del mondo indiano della sua infanzia, caratterizzato oggi da una continua evoluzione e cambiamento, così questi oggetti vengono reinterpretati diventando un dinamico fungo atomico o un enorme teschio, superando così il puro ready-made per arrivare ad un senso e a un significato  superiore.

Queste icone/utensili fanno parte del mondo indiano come del nostro, rendendo così l’arte di Gupta ed il suo messaggio assimilabile dal pubblico globale. Le pentole ed i tegami sono però sempre rigorosamente vuoti e splendenti, quasi a sottolineare la contrapposizione tra realtà e finzione nel mondo attuale.

Il linguaggio artistico di quest’artista tuttavia non si esaurisce solo nelle installazioni, ma è aperto anche alla scultura, pittura, fotografia, video e performance.

Il suo linguaggio artistico è influenzato da Marcel Duchamp come da altri artisti contemporanei, come ad esempio Jeff Koons, che utilizza spesso un linguaggio artistico simile, per dimensioni e soggetti, appartenenti alla cultura popolare contemporanea.

Gupta negli ultimi anni è stato presente sul territorio Italia esponendo al MAXXI di Roma in “Indian Highway V”, poi per una personale nella Galleria Continua, “There is always Cinema” a San Gimignano; nel 2005 ha partecipato alla cinquantunesima Biennale di Venezia.

Con Anish Kapoor questo artista si avvia a diventare uno dei più rappresentativi dell’arte contemporanea indiana nel mondo.

Nel periodo pre-natalizio l’anonimo street artist Banksy ha realizzato sui muri di Londra due nuove opere che riguardano direttamente il problema della crisi economica che il mondo si sta trovando ad affrontare in questi mesi. Come al solito le opere hanno una forte vena ironica e critica, una di queste infatti è una semplice scritta: “Sorry! the lifestyle you ordered is currently out of stock” (Siamo spiacenti! lo stile di vita che avete ordinato è attualmente esaurito).

La comparsa di questi nuovi pezzi dell’artista britannico mi suggerisce di affrontare brevemente la sua particolare storia e la relazione di conflitto con il sistema dell’arte contemporanea.

Non c’è altro street artist oltre Banksy ad essere così conosciuto in tutte le parti del mondo; ciò ha contribuito a rendere la street art un fenomeno riconosciuto sempre più uniformemente dalla critica come un movimento artistico contemporaneo, che però a differenza della maggior parte dei fenomeni artistici contemporanei rimane al di fuori del complesso e contorto mondo commerciale dell’arte contemporanea.
Banksy compare per la prima volta sulle scene, o meglio dire sui muri, verso la fine degli anni ottanta a Bristol, prendendo ufficialmente le distanze dal graffitismo quando decide di iniziare ad adoperare essenzialmente gli stencil come tecnica per lavorare. Questo cambiamento originariamente più che una ricerca di stile è una ricerca di praticità, visto che gli stencil permettono di creare un’opera in pochi minuti, rispetto alle ora necessarie per lavorare a mano libera con bombolette spray.

Alla fine degli anni novanta l’artista decide di trasferirsi a Londra, città in cui, col passare degli anni, i suoi lavori conosceranno fama mondiale. Cosa ironica di questa storia è che le sue opere pur essendo famose e quotate non erano riconducibili a nessuna persona giuridica, Banksy quindi resta nell’anonimato, rifiutando la fama e le dinamiche di star-system quasi prendendosi beffa del sistema dell’arte contemporanea e della sua estrema commercializzazione.

Comune a tutte le opere è sicuramente la vena di forte critica al sistema capitalistico ed al consumismo, e l’analisi in forma ironica di tutte le contraddizioni tipiche del mondo occidentale. Ciò che questo inglese sconosciuto è riuscito a fare è stato dimostrare come, anche non avvalendosi dei mezzi canonici per “sfondare” nel mondo dell’arte, si possa raggiungere un grandissimo riconoscimento artistico dalla critica e soprattutto dal pubblico. Potrebbe essere il primo precursore di un tipo di arte meno soggiogata alle regole del mercato?