Archivio di novembre 2011

Francesco Cecere

Esprimere un giudizio sulle opere pittoriche di Francesco Cecere è stato per me come scoperchiare il vaso di Pandora: ho cominciato a pormi  domande inerenti la nozione di arte, quella di bellezza ed, infine, quella di emozione; concetti che si sono dipanati nella mia mente come i pezzi di una matrioska a ragion della quale l’arte è ciò che è bello, il bello è ciò che piace e piace tutto ciò che suscita un’emozione.

E’ ovvio però che il processo inverso comporta la necessità di sussumere quest’ultima nelle “regole dell’arte”, nel suo linguaggio..la difficoltà, quindi, di uscire dal soggettivismo esasperato per trovare un momento o un luogo comune per poter appunto comunicare. Ecco perché, non basta dire che Cecere  appartenga a quella che accademicamente viene definita “arte informale” per comprendere appieno le strutture, i termini di confronto, il significato della sua produzione artistica.

Questo in quanto non solo le forme (come ci si potrebbe aspettare) ma anche i colori “si tengono insieme”: c’è un continuo movimento all’interno della tela, un forte dinamismo che è difficile non cogliere..si può dire, quindi, che siamo difronte ad un’opera caleidoscopica. Come non “tenersi stretti” quando si osserva Apparentemente sereno o Liberato orgasmo o ancora Le inquietudini…dove i colori non solo la fanno da padrone sostituendosi alle forme, ma assumono -nell’accostamento- significati diversi da quelli “tradizionali”: il rosso, il bianco e il nero insieme- ad esempio- illuminano, accecano, piuttosto che incupire o oscurare. In particolare, poi, il rosso è nel suo dialettizzarsi con gli altri colori come la morte per l’araba fenice, segno cioè di rinascita e di nuova forza attinta dalle proprie ceneri. Il tutto è enfatizzato poi dall’uso sapiente di materiali plastici e metallici che fuoriescono dal quadro…i materiali come i colori cioè servono ad incidere sulla realtà.

Una tela ,dunque,non solo caleidoscopica ma anche  pantagruelica, giunonica: si veda -ad esempio- Luna negli occhi o Sono sangue , sogno che mi auguro non ti faccia dormire o, ancora, Picchi di parole..come non restare avvinti dai materiali e dai colori utilizzati? Non una io direi ma un ginepraio di emozioni quello suscitato dai lavori “ceceriani”.. anche se- a dire il vero-non tutte rassicuranti: si pensi per un momento a Il passato, un’opera inquieta ed inquietante che avrebbe dovuto piu’ propriamente intitolarsi Fuga dal passato, un passato – si può immaginare- foriero di molte avversità per l’Autore, ma sempre capace di trasformarsi, di non essere cioè fine a se stesso…: ancora una volta emerge l’importanza del colore rosso; il quale sguscia ,in tal modo, di quadro in quadro anche laddove apparentemente non esiste. Passato e futuro, cosi’ ,si fondono…il presente , invece, si confonde: il tutto fa dell’arte di questo pittore napoletano un’opera “mostruosa” ove il genio e la sregolatezza divengono le mine vaganti delle sue creazioni.

Fabio Montebello

Tre mesi per l’Omaggio all’Arte Povera del Maxxi di Roma sono il coronamento di un anno di dediche.

Il Maxxi di Roma in pochi anni ha abituato i suoi frequentatori ad un’attività e una laboriosità non comune nel campo espositivo nazionale, ma anche capitolino: l’esuberanza continua che viaggia da seminari a percorsi formativi e laboratori, fino ai più convenzionali spettacoli e mostre, sono da sempre superlative dimostrazioni dell’imponenza della cultura e dell’arte, e della loro importanza nelle nostre vite. La consapevolezza della nostra stessa storia, oltre che della nostra maturazione nel tempo e nei secoli, deriva anche e soprattutto dal segno che a quella storia abbiamo voluto affidare: e l’arte sola può rispondere a queste domande, meglio se mobile e continuamente ridiscussa e ripresentata come avviene al Maxxi Arte e al Maxxi Architettura, i due Musei della Fondazione perfettamente rappresentati dalla spettacolare struttura architettonica nel quartiere Flaminio.

Neanche il Maxxi stesso, però, ha potuto sposare in pieno l’ideologia artistica alla base dell’appuntamento di questo periodo, senza ridiscutere addirittura la sua stessa essenza, la sua stessa struttura: all’interno di tale possenza e fasto di modernità (persino in presenza di soluzioni minimali) non era possibile allestire l’Omaggio all’Arte Povera che Anna Mattirolo e Luigia Lonardelli hanno voluto evocare dal 7 ottobre 2011 all’8 gennaio 2012. Il credo alla base del manifesto della corrente – ormai quarantennale scuola artistica nostrana – si compone proprio della rinuncia ai dettami “social” del museo e dell’esposizione nel suo senso più borghese: i materiali più umili della nostra società, quelli che servono il lavoro manuale stesso, che a sua volta forma e serve le nostre vite quotidiane, sono le monadi che compongono qualunque opera d’arte di cui possiamo avere bisogno (se di bisogno di può parlare nell’arte contemporanea). Così gran parte di questo allestimento, che si inserisce perfettamente nel contesto di omaggi all’Arte Povera del 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia, è stato disposto all’esterno del Maxxi: oltre all’opera in cuoio Sculture di linfa di Giuseppe Penone, ormai parte della collezione di proprietà dei Musei, i visitatori troveranno Jannis Kounellis e il suo Senza Titolo, che arriva dalla collezione dell’artista direttamente nella hall, lamiere e juta, polvere e ferro saldato, la materia prima del lavoro; ma soprattutto, è con l’installazione Canoa Roma di Gilberto Zorio che vengono accolti per primi i visitatori, in sospensione dalla vetrata dei primi piani direttamente esposta verso la strada e i passanti. La stessa trasformazione della corrente cosiddetta Povera, che trasfigura materiali semplici e umili in arte, opera sui cittadini di passaggio la stessa elevazione: essi diventano pubblico. Di Zorio è stata anche presentata all’inaugurazione una monografia a cura di Gianfranco Maraniello: alla presentazione è intervenuto anche Germano Celant, il progettista della prima mostra dedicata all’Arte Povera nel 1967, ormai una figura entrata di diritto nella Storia dell’Arte istituzionale, come a far da contrappunto a quel primo, umile anelito di indipendenza artistica che innalzò alla stregua di pennelli e scalpelli la pietra e la polvere.