Archivio di ottobre 2011

Fra tutte le forme d’arte sorte dalla rivoluzione culturale e sociale avvenuta negli anni ’60 del secolo scorso e riepilogate nel grande insieme definito “arte contemporanea”, il cosiddetto “impressionismo scientifico” è quello di sicuro più vicino a noi, sia in termini cronologici sia dal punto di vista della modernità di espressione dell’opera d’arte e del rapporto fra artista e spettatore.

L’impressionismo scientifico, o “puntinismo”, che è il termine che si preferisce usare per indicare tale movimento, prende il nome dalla tecnica pittorica utilizzata. Il tratto o la pennellata non sono più realizzate con un movimento continuo, bensì l’artista appone sulla tela o sul foglio, una miriade punti che si caratterizzano per essere in rapida successione fra loro e per essere composti unicamente dai soli colori primari.

Questa polverizzazione di punti produce come effetto la fusione di tali segni nella retina dell’osservatore che ricostruisce, così, l’immagine tramite la trasformazione dei punti in linee e la successiva ricomposizione delle linee nel messaggio artistico che l’autore vuole trasmettere al pubblico e che costituisce il soggetto della sua opera.

In tal modo, il puntinismo non è solamente, di per sé e per il semplice fatto di esistere, una forma d’arte del tutto originale e dotata di caratteristiche da poter essere riconoscibile e definita, ma richiede anche una fattiva, ancorché inconscia, collaborazione da parte di chi guarda l’opera d’arte. Infatti, è proprio nell’occhio dell’osservatore che i punti colorati della tela si ricompongono in maniera ordinata in modo da creare un’immagine che ha un significato, quello originario datogli dall’autore.

Appare quindi ovvio, per quando detto sino ad adesso, che il puntinismo é strettamente legato agli studi ottici sulla percezione visiva, alle teorie sulla rifrazione e a quelle sulla diffrazione della luce. Tale relazione fa si che il puntinismo abbia subito e tuttora subisca gli influssi dei risultati degli studi scientifici attinenti queste discipline. In altri termini, possiamo osservare che a ogni scoperta scientifica riguardante, ad esempio, il modo con il quale l’occhio umano percepisca le varie tonalità di gamma del colore, corrisponda nel breve periodo al sorgere di una o più nuova forma di espressività artistica in seno al movimento puntinista.

A testimonianza di ciò, basti ricordare che nel campo dell’ottica, a seguito della scoperta scientifica che l’accostamento di determinati colori crea nell’osservatore una percezione cromatica di distorsione, nell’ambito della corrente puntinistica si sono rapidamente realizzate opere che sfruttano questa caratteristica, con l’effetto di ottenere un’evoluzione sia della forma d’arte sia dell’esperienza soggettiva dell’osservatore.

Domenico Paladino, il poliedrico artista italiano contemporaneo conosciuto oramai da tutti con il suo soprannome di “Mimmo”, nacque nel paese di Paduli (provincia di Benevento) nel 1948. Diplomatosi presso il Liceo Artistico del capoluogo sannita nel 1968, Mimmo Paladino si avvicinò all’arte contemporanea proprio quando l’intero movimento artistico mondiale, insieme a tutti gli altri settori della società e della cultura, attraversa quella fase che fu subito percepita come rivoluzionaria, e che prese successivamente il nome di Rivoluzione del ‘68.

Il clima di fermento culturale che caratterizzò quegli anni si rifletté sul percorso artistico di Mimmo Paladino. L’artista iniziò a produrre opere fotografiche, per poi passare nella seconda metà degli anni ’70 alla pittura, con tecniche d’avanguardia mirate a catturare lo spettatore intrappolandolo in un dedalo d’immagini astratte e oniriche ma sempre spazialmente ben definite e costruite. Tuttavia, la fase pittorica di Mimmo Paladino è caratterizzata da una costante evoluzione verso qualcosa che la pittura non è più in grado di dargli: la terza dimensione. E’ questa la chiave di lettura della sua produzione pittorica sino al termine degli anni ’80, una pittura caratterizzata da segni geometrici e da una ricerca della tridimensionalità nel tratto, che troverà la definitiva consacrazione di Mimmo Palladino come scultore a partire dal 1988, data nella quale nella sala personale realizzata per la 73sima edizione della Biennale di Venezia, Mimmo Palladino affiancherà ai suoi dipinti le sue prime sculture realizzate principalmente con fusioni in alluminio o in bronzo, ma anche con altri materiali più comuni come ad esempio il legno, il rame e il ferro.

La scultura di Mimmo Paladino riprende le caratteristiche di base che costituirono, sin dalle sue prime opere beneventane, l’essenza del suo messaggio artistico che si può riassumere con la parola “simbolo”. Le sue sculture, infatti, oltre a prestarsi volutamente a diverse interpretazioni non sono mai d’immediata comprensione per l’osservatore. Mimmo Paladino vuole che lo spettatore rielabori i simboli esteriori con cui le sue opere si mostrano al pubblico per scoprire il loro profondo e reale significato. Il messaggio nascosto, sempre enigmatico e alle volte persino insondabile, è comunque legato alle emozioni più intense legate alla vita e al mistero della morte. E’ una scultura, quella di Mimmo Paladino, che usa materiali, tecniche e ricorre talvolta ad installazioni tipiche dei movimenti della neo avanguardia ma che riconduce alla fine il messaggio alle sfere tradizionali, insite in ognuno di noi anche quando non ammiriamo le sue opere, dell’eterna contrapposizione fra la vita e la morte, fra l’essere e lo sparire.