Archivio di maggio 2011

Mario SchifanoRomano ma di statura mondiale

Da Cèzanne a Picasso, dal Futurismo al Surrealismo un tale filtraggio dell’immagine attraverso l’esperienza decantata delle avanguardie , non solo rende delle opere di Schifano d’elevato spessore filologico, ma conferisce alle stesse un’efficacia evocativa ben superiore a quella della successiva transavanguardia. A partire dagli anni ’80, la pittura di Schifano si indirizza sempre più verso una declinazione di tipo espressionistico astratto: i temi del sociale sembrano distaccarsi dalla dimensione reale per assumere una valenza mitica concettuale, mentre il linguaggio astratto, liberatosi da ogni riferimento stilistico, segue, in una versione personalissima ed inconfondibile, l’istinto divinatorio di derivazione surrealista.

Un riferimento resta costante ed insostituibile per Schifano: la “televisione”.

Fonte primaria delle immagini da catturare, immagazzinare, rielaborare e digerire, essa assume e svolge fino all’ultimo, per Schifano, la funzione di vera e propria musa ispiratrice.

La tematica di Schifano tratta : i monocromi, i televisori, i distributori, i cartelli stradali, la cocacola, la bicicletta, la finestra, la palma, i paesaggi anemici, la quercia le nature morte, i gigli d’acqua, tutte stelle e gli omaggi a Paul Cèzanne.

Del maestro Schifano hanno scritto i più famosi critici italiani.

Le sue opere sono già presenti nei maggiori musei italiani e stranieri (Metropolitan di New York, Londra , Parigi, Roma, Firenze).

 

Si concluderà il 22 maggio a Pisa la VI Biennale Nazionale dei Giovani Artisti, allestita presso gli spazi dell’SMS-San Michele degli Scalzi, centro espositivo nato dopo il recente restauro del chiostro di San Michele. CON-FONDERE, è questo il titolo, e forse l’intento della manifestazione che punta a “mescolare insieme senza distinzione e senza ordine” nell’esplicito tentativo di “turbare”, stupire, sorprendere, forse anche sconvolgere, con repentini capovolgimenti d’umore chi ne ammira le opere.

Questa Biennale, quindi, parla a tutti e cerca di scuotere in primis la città che la ospita, portando nel cuore di Pisa un’ondata di arte contemporanea e di giovinezza. Tutti gli artisti che espongono i loro lavori sono infatti giovani, in cui le due anime, dell’entusiasmo e dell’incertezza, sopratutto lavorativa, si confrontano e scontrano creando non poca confusione nel nostro presente e, sopratutto, per il nostro futuro.

Le opere, e in particolare i loro messaggi si fanno strada nella città, ma il cuore di questa Biennale è racchiuso e custodito nello scrigno dell’SMS-San Michele degli Scalzi. E’ qui che espongono, infatti, Francesco Levi nella sua personalissima interpretazione della realtà urbana, in grado di catturare gli angoli più nascosti, l’invisibile e l’indicibile della sua Pisa.

Il Pass-Home di Isabella Mara lascia invece il segno con un racconto di viaggio che porta in sé riflessioni su radici e bisogno di scoprire nuove realtà con cui confrontarsi. Proprio la ricerca è infatti tra i tempi principali di questa edizione, lo si capisce bene rapportandosi alle opere di Maria Pecchioli e Mirko Smerdel, che propongono una struttura architettonica ricreata con un archivio di diapositive di carattere socio-politico, promemoria di un’esistenza urbana di cui bisogna urgentemente riappropriarsi.

Alice Caracciolo, col suo Amore Mortale, riesce invece nel suo non facile intento, di sconvolgere il nostro quotidiano, con le sue foto. Immagini che parlano di omosessualità, di vita ai margini, senza però che il realismo tipico della fotografia si pieghi mai alle ragioni della retorica o, peggio ancora, dell’ipocrisia.

Questa Biennale del 2011 è un’occasione per conoscere un nuovo modo di vedere la città da parte dei giovani artisti, un’occasione di riflessione importante sul prossimo futuro dell’arte contemporanea nel nostro Paese e non solo. Un’indicazione chiara dalla direzione che stanno prendendo le diverse sensibilità e a quali ricerche formali questo conduce.

L’arte può rappresentare un punto di vista privilegiato sulla società, libero da vincoli ed ipocrisie e, quando ad offrire questi spunti sono i giovani, la riflessione è, in molti casi, ancora più interessante ed autentica.

Dal 13 al 15 maggio si terrà a Milano la prima e, per ora unica, fiera d’Italia interamente dedicata al mondo della fotografia e della video arte.

Si chiama MIA Milan Image Art Fair, ed è nata da un’idea di Fabio Castelli, imprenditore, collezionista d’arte appassionato di fotografia e socio di un’importante galleria milanese. La straordinaria novità introdotta da questa Fiera è riconducibile alla sua organizzazione espositiva, infatti ogni stand è uno spazio dedicato ad un autore, in una sorta di susseguirsi di tante mostra personali.

Questa soluzione semplice, ma originale, permette di valorizzare al meglio le opere di ogni artista e di offrire al visitatore una conoscenza più approfondita del lavoro dello stesso.

Negli 8.000 mq su cui si sviluppa, il MIA mette a disposizione spazi per ben 194 artisti e 230 operatori da 20 Paesi diversi, tra gallerie, laboratori fotografici, case editrici, fondazioni, istituti di formazione ed archivi, tra i più qualificati e rappresentativi della scena italiana ed internazionale.

Si tratta di un’occasione davvero importante per riunire e favorire il confronto tra professionisti ed estimatori di fotografia, new media e video arte: fotografi, galleristi, collezionisti, critici, editori e, naturalmente semplici appassionati e curiosi.

La fiera completa la sua offerta proponendo inoltre un ricco programma di eventi collaterali, come workshop di fotografia, conferenze, lezioni e presentazioni che ne fanno un appuntamento davvero da non perdere.

Tra i numerosi eventi in programma particolarmente interessanti ci sembrano la tavola rotonda di venerdì 13 sulla tutela del diritto d’autore e le nuove tecnologie, quella di sabato 14 sul collezionismo di fotografia e quella dal titolo “Verso il futuro guardando il passato” in programma invece per domenica 15 maggio, giorno conclusivo della fiera.

L’evento si terrà al Superstudio Più di Via Tortona 27 a Milano, per informazioni: www.miafair.it

Mario SchifanoUn artista

Il pittore Mario Schifano, nasce a Homs (Libia) 1934. Nel 1948 la sua famiglia si trasferisce a Roma.

Lavora con il padre, archeologo e restauratore presso il museo Etrusco di Valle Giulia. Negli stessi anni inizia a dipingere, seguendo l’influsso materico dell’arte informale.

Nei primi anni ’60, con la serie dei monocromi, inizia un nuovo stile espressivo, che si riallaccia ai modelli dell’arte Nord Americana.

Sono gli anni dei viaggi a New York, degli incontri con Andy Warhol, della nascita della “Pop Art italiana” che lo vede protagonista in quella che è definita la “scuola di Piazza del Popolo” (gruppo di Pittori che si incontrano presso il “Bar Rosati” formato da Festa, Angeli, Uncini, Lo Savio, Pascali, Kounnellis, Fioroni, Ceroli, Mambor). Negli stessi anni partecipa alle biennali di Venezia ed escono nelle capitali internazionali dell’arte mondiale (New York, Londra, Parigi).

Negli anni ’70 l’interesse dominante per l’immagine, lo porta ad allargare la sua attività creativa nei campi della fotografia della cinematografia e della televisione. Sebbene questo interesse per l’immagine l’accomuni alla Pop Art Nord Americana, l’arte di Schifano si muove su un terreno culturale dalle radici più ramificate e profonde di quelle statunitensi.

Ciò si riflette, da un lato nell’intonazione critica ed ironica verso la società consumistica che pervade le opere “Pop” di Schifano, dall’altro nella continua esigenza dell’artista romano di rivisitare le origini storiche dell’arte moderna,

Tano Festa

Un pittore poeta espressionista e visionario

Gaetano (“Tano”) Festa nasce a Roma nel 1938.
Compone poesie dalle quali emerge la sua personalità visionaria ed anarchica.
Spinto a dipingere dal pittore ed amico Ettore Sordini, negli anni 50′ si avvicina al surrealismo americano di Tobej, Matta, Pollock e De Kooning. Alla fine degli anni ’50 espone alla Galleria “La Salita di Roma” con Schifano, Angeli ed Uncini, allorché esauritosi ormai l’influsso dell’informale, i giovani artisti si affacciano con animo rinnovato alla realtà quotidiana esterna come perla Pop Art Americana.
Sulle Tele completamente rigenerate da uno strato di vernice monocroma, gli artisti, che di li a poco diventeranno i protagonisti della “Scuola di Piazza del Popolo”, iniziano a riportare i primi segnali stradali, i primi coloro accesi dei semafori e dei messaggi pubblicitari.
Si tratta di immagini dal sapore acerbo, che preannunciano l’inizio di una nuova stagione artistica: quella della Pop Art romana.
11 consenso della critica e del mercato internazionale, specie quello Nord- Americano non si fa attendere. Quanto all’influsso della Pop Art statunitense sull’analogo fenomeno italiano, occorre precisare che esso, contrariamente a quanto molti ritengono, non è tale; anzi, a ben guardare, non si spinge oltre l’aspetto metodologico dell’utilizzo delle immagini tratte dalla realtà sociale.

Ben diverso, infatti, è lo spirito critico dei nostri artisti verso la società dei consumi; di tutt’ altro spessore evocativo sono le loro immagini dalle quali non può restare avulso l’enorme substrato storico, artistico e culturale della realtà romana. Un tentativo d’approccio e oggettivo e blando con la realtà esterna, in vero si ravvisa nelle prime opere di Schifano, di Angeli e di Tano Festa, maestro e destinato ad essere presto travolto dal loro contenuto culturale e soggettivo.
Tano festa, dal canto suo, si sforza di oggettivare la realtà esterna, osservandola attraverso l’obbiettivo della macchina fotografica; tenta di isolare le immagini, ritagliandole ed inserendole in riquadri scuri rigorosamente geometrici.
Giunge per fino a sottrarre alla realtà finestre, persiane e mobili veri, per dipingerli come quadri. Senonchè, le immagini che tramite l’obbiettivo fotografico iniscono dentro quei riquadri, sono le opere di Michelangelo e le Piazze italiane del Rinascimento; le finestre e gli armadi smaltati assumono, per una sorta di metamorfosi culturale inevitabile, la valenza metafisica dei mobili di De Chirico.
Anche la vena ironica che sottende queste opere di Festa, finisce per essere superata dalla forza evocativa delle immagini stesse.
Reso atto di ciò, il pittore, contravvenendo ad ogni regola di mercato, negli anni successivi recupera integralmente la propria poetica visionaria, dandole libero sfogo nei ritratti dei personaggi alla Ensor, nelle nuvolette alla Magritte nelle allegorie mitiche e simboliche “Guardiani” , delle “oasi”, dei “Bunny”, dei “Don Chisciotte”, fino a quei capolavori di lirismo, giocoso e al tempo stesso straziante, di “coriandoli” che sintetizzano la sua poetica e le sue scelte esistenziali.

Come una manciata di coriandoli gettati sulla tela scura, cosi i quadri di Tano Festa si riversano sui vicoli della vecchia Roma, sorniona e disattenta, ove restano tuttora incastonati, a testimonianza di una vita artistica vissuta intenzionalmente come un gioco effimero e tragico, al riparo delle lusinghe provenienti dal mercato d’arte internazionale.

Franco AngeliDai simboli del potere ai concetti lirici.

Franco Angeli nasce a Roma nel 1935.

Avviatosi presso la pittura, presone nei primi anni ’80, presso la Galleria “La Salita” di Roma, assieme a Schifano, Festa, Lo Savio e Uncini, agli esordi di quella che sarà nominata ai critici d’arte della capitale ” Scuola di Piazza del Popolo”. Sono gli anni della nascita della Pop Art romana, la quale, se da un lato rende le mosse dall’analogo movimento statunitense, dall’altro finisce presto per distinguersi da esso.

La vena critica verso il consumismo e l’influsso culturale, artistico e storico della vecchia Europa, di Roma in particolare, conferiscono, infatti alla Pop Art romana un carattere tutto peculiare, che sortisce l’effetto di ricondurre l’arte Italiana alle matrici tradizionali, prevalentemente figurative, delle avanguardie storiche. In vero, tra i protagonisti della Pop Art, Franco Angeli è quello che meno avverte il richiamo della tradizione artistica europea: in lui prevale invece la vena ideologica di contestazione nei confronti del consumismo e, in senso più generale, del potere. Oggetto delle sue opere sono, infatti, le immagini con i simboli del potere, identificati, in un primo momento, nelle aquile, nella lupa e nei frammenti capitolini e, successivamente, nel dollaro statunitense.

Sotto il profilo della scelta iconologia egli è nel gruppo romano, l’artista più’ vicino alla Pop Art nord americana. Tuttavia l’esigenza di concentrarsi sui simboli della classe dominante non scaturisce tanto da una semplice riflessione sulla forza persuasiva e mitica dei simboli stessi, quale quella degli artisti americani, quanto piuttosto da un moto dissacrante e liberatorio di matrice tipicamente europea. E’ lo stesso Angeli del resto, a ricordarci il malessere che provava sin da bambino dinanzi ai simboli del potere diffusi, spesso mimetizzati, nella Roma monumentale. Non solo: per rappresentare con maggior efficacia quel sentimento di disagio, l’artista è solito ricorrere all’artificio di mascherare l’immagine con una velatura scura, attraverso la quale, non senza difficoltà, il profilo del simbolo dai contorni sfumati appare in tutta la sua inquietudine.

Via via l’immagine di Angeli diventa però più’ solare, quasi decorativa – specie nella serie “half dollar” – fino ad imboccare, negli anni ’70 e ’80, la strada di un simbolismo più’ ascetico e concettuale, non privo di accensioni liriche, con la serie delle piramidi, degli obelischi, dei voli d’aereo e delle onde marine. A dimostrare della sua creatività e della sua pittura, i suoi quadri, ad un decennio della sua morte, sono già presenti in alcuni musei italiani e stranieri.